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Attacco alla Torri Gemelle, Don Gaetano: “11 settembre non è solo memoria del dolore, ma invito alla rinascita”

Ventiquattro anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle, il ricordo dell’11 settembre resta una ferita ancora aperta nella storia dell’umanità. A parlarne è don Gaetano Maria Saccà, parroco di San Polo dei Cavalieri, che intervenuto ai nostri microfoni ha offerto una riflessione sul significato di quella tragedia e sullo stato dell’uomo contemporaneo.


Don Gaetano, cosa rappresenta per lei l’11 settembre, a distanza di quasi un quarto di secolo?
L’11 settembre non è soltanto un ricordo di morte e distruzione, ma una denuncia lucida e straziante della condizione umana contemporanea. Quel giorno non fu solo un attacco fisico, ma il crollo simbolico di ciò che pensavamo sicuro, civile, umano. Le Torri Gemelle non erano soltanto edifici: erano colonne morali che crollarono sotto il peso dell’odio e del fanatismo.


Nelle sue parole emerge un forte richiamo al male che attraversa la storia dell’uomo. Cosa intende?
È un grido contro le forze oscure che, da sempre, insidiano l’anima dell’uomo: il male, la guerra, l’odio, l’avidità, la menzogna, l’ipocrisia. Oggi queste realtà sembrano essersi svincolate da ogni controllo interiore. La mente è diventata un campo di battaglia svuotato di ogni partecipazione del cuore e dell’anima.


Parla spesso di una frattura tra mente e spirito. Perché la considera così grave?
Perché questa disconnessione è il segno più inquietante della nostra decadenza. L’uomo pensa, progetta, calcola… ma non sente più. E quando il cuore tace e l’anima è ignorata, la ragione diventa strumento di distruzione. Qui nasce la tragedia: l’intelligenza senza coscienza, il potere senza empatia, la religione senza compassione.


Oggi la memoria dell’11 settembre è affidata anche a strumenti tecnologici, persino a intelligenze artificiali. Come giudica questo fenomeno?
È un paradosso amaro. Forse ci affidiamo a un “robot umanizzato” perché abbiamo troppa paura o troppa vergogna di ricordare da soli. L’essere umano, che un tempo cantava i misteri della vita e piangeva i dolori del mondo, oggi dice alla macchina: “Ricorda tu, perché noi non siamo più capaci di portare il peso della verità.”


Eppure nelle sue parole sembra esserci anche un seme di speranza...
Sì, perché forse proprio in questa resa si nasconde una possibilità di rinascita. Se riconosciamo la nostra caduta, possiamo cercare di rialzarci. Se comprendiamo che la mente, da sola, ha fallito, possiamo tornare a sentire, a coltivare il cuore, ad ascoltare l’anima. Non per fuggire dalla realtà, ma per trasformarla.


Qual è, allora, il compito della memoria oggi?
La memoria non deve essere soltanto ricordo del dolore. Se vissuta profondamente, diventa invito alla rinascita. Non basta condannare il male: bisogna ritrovare il bene, piccolo, silenzioso, ma possibile. Anche oggi. Anche dopo tutto.

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