In un tempo in cui la guerra sembra essere diventata il rumore di fondo della nostra quotidianità, c’è ancora chi osa alzare la voce per ricordarci che il sangue versato non è mai “lontano”, né mai “degli altri”. Don Gaetano Maria Saccà, parroco di San Polo dei Cavalieri, offre una riflessione lucida e appassionata sul dramma di Gaza, denunciando l’indifferenza del mondo e la mercificazione della morte. Un pensiero che non si limita a descrivere l’orrore, ma interroga le coscienze: a chi giova questa guerra, mentre l’umanità perde se stessa?
La riflessione di Don Gaetano Maria Saccà
Dal cuore di un’umanità che si proclama evoluta, civile, democratica, oggi si alza ancora l’eco sordo della guerra. Una guerra che non finisce, che cambia nome, volto, ma non sostanza. Oggi il suo nome è Gaza. E di fronte a questo orrore che non tace, ci chiediamo: Qui prodest? A chi giova?
Chi trae vantaggio dalla distruzione sistematica di un popolo rinchiuso, affamato, bombardato? Chi scrive i bilanci mentre i bambini perdono i volti, i nomi, la vita sotto le macerie? Chi può guardare tutto questo e chiamarlo necessario, strategico, inevitabile?
L’intelligenza umana — quella vera, non quella solo tecnologica — sembra essersi arresa. È sorda alle urla, cieca davanti al sangue, indifferente al grido dei piccoli, ai corpi straziati, alle madri che stringono vestiti vuoti. E allora, se l’intelligenza dell’uomo tace, chiediamo a quella artificiale: la parola “pace” esiste ancora nei tuoi archivi? È stata forse archiviata come un sogno antico, come un incunabolo prezioso ma inutile?
Nel silenzio colpevole del mondo, le parole si fanno pietre, e il dolore si fa preghiera.
“Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata, perché non sono più.”
E noi, testimoni impotenti, come possiamo restare tranquilli?
Come dormiamo la notte, se nostro fratello — anche se non lo abbiamo mai conosciuto — oggi giace sepolto dal cemento e dall’odio?
Partito per fuggire, mai arrivato.
Fratello, perdonaci. Perdona l’apatia, l’inerzia, l’assuefazione.
Abbiamo trasformato la guerra in un sottofondo costante.
Non ci scuote più. Non ci indigna più.
È diventata un “affare loro”, una cronaca lontana, da zittire col telecomando.
Ma oggi no. Oggi ci deve ferire.
Oggi ci deve indignare sapere che un ministro delle finanze — non della guerra, ma delle finanze — ha definito la Striscia di Gaza “una miniera d’oro immobiliare da spartire con gli Stati Uniti”.
Non è un lapsus. È una dichiarazione che pesa come una condanna.
Una bestemmia detta sopra i cadaveri.
Una firma, lucida e crudele, sulla mercificazione della morte.
E allora, se nulla più può fermare la mano armata, forse possono farlo i morti innocenti.
Che siano loro, i piccoli senza nome, le madri spezzate, gli anziani trascinati via dal fuoco,
a diventare fari di saggezza, a illuminare chi resta.
Che le loro ombre diventino luce, e le loro assenze presenza viva nelle nostre coscienze.
Ma ricordiamoci: il sangue versato non è acqua.
La Storia osserva.
E chiede conto.
Qui prodest, dunque?
A chi giova questa guerra?
A nessuno che abbia ancora un cuore.
In nome della pace, che non sia solo parola.
In nome della verità, che non sia sepolta sotto le macerie.
In nome dell’uomo, che non sia più complice del suo stesso sterminio.
Parliamo, gridiamo, scriviamo.
Fermiamoci.
Guardiamo.
E non smettiamo di domandare: CHI GUADAGNA, mentre l’umanità perde se stessa?
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