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Tivoli – Da Comune a Città, ma cosa cambierà? Il pensiero di Antonio Picarazzi

Riceviamo e pubblichiamo la nota di Antonio Picarazzi, ex Assessore al Bilancio del Comune di Tivoli, scrittore, oggi tra le fila del Partito Socialista.

Il pensiero di Picarazzi sul titolo di città

𝐏𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐞𝐫𝐚𝐯𝐚𝐦𝐨 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞, 𝐚𝐝𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐬𝐚𝐫𝐞𝐦𝐦𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐂𝐢𝐭𝐭𝐚̀, 𝐦𝐚 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨. 𝐄 𝐚𝐥𝐥𝐨𝐫𝐚? 𝐂𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐧𝐨𝐢?

Fuochi d’artificio, pizzette, Majorette, banda musicale, rustici e Ministri: il tutto programmato per domani 6 marzo, data che verrà ricordata negli annali di Palazzo San Bernardino come l’inizio del nuovo Rinascimento tiburtino.

Siamo Città, proprio come Bolognola, in provincia di Macerata, megalopoli che conta ben 161 abitanti, insieme ad altri 941 Comuni italiani, di cui 99 sotto i 5.000 abitanti.

𝗖𝗮𝗺𝗯𝗶𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗶 𝘁𝗶𝗯𝘂𝗿𝘁𝗶𝗻𝗶?

Assolutamente nulla: non arriveranno nuovi finanziamenti specifici, non migliorerà la qualità dei servizi comunali, non ce ne avvantaggeremo in termini culturali, laddove cultura significa conoscenza e pensiero critico, non verrà sanato il degrado delle periferie e l’Aniene continuerà a tracimare. Non avremo strutture migliori, continueremo a pagare salate le aree di sosta, non avremo nuovi parcheggi.

Le persone fragili continueranno a essere penalizzate dai tagli di bilancio decisi dalla Regione Lazio e digeriti senza alcun indugio dal Sindaco e dai suoi impavidi sostenitori. In Consiglio comunale i rappresentanti del centrodestra continueranno a fare scena muta e ad alzare la mano a comando. Il Centro Storico continuerà ad avere sempre i soliti problemi.

Villa Adriana continuerà a non avere il proprio impianto sportivo né centri di aggregazione sociale. Tivoli Terme avrà ancora per lungo tempo i problemi che conosciamo. Campolimpido, Favale e dintorni continueranno a impigrire nel consueto grigiore periferico, completamente sprovvisto di servizi.

𝗜𝗻𝘀𝗼𝗺𝗺𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗮𝗺𝗯𝗶𝗲𝗿𝗮̀ 𝘂𝗻𝗮 𝗺𝗮𝘇𝘇𝗮!

Però domani si spenderanno i soldi dei cittadini per festeggiare un non evento, una non utilità, un finto orgoglio che sa di ipocrisia: un’idea provinciale da strapaese che confina la nuova Città nell’anonimato culturale, un po’ pecoreccio e molto casareccio. Contenti voi!

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