FEDE E GIUSTIZIA – Testimonianza di vita del Beato Rosario Livatino 4-15 Settembre 2026 Galleria La Pigna Palazzo Maffei Marescotti- Roma.
Inaugurato il 4 settembre alle ore 17.30 alla Galleria “La Pigna’. diretta da Anna Maria Borsatti, presso Palazzo Maffei Marescotti, a Via della Pigna 13 a Roma, la collettiva degli artisti UCAI – Unione Cattolica Artisti Italiani sezione Roma “Fede e Giustizia” – Testimonianza di Vita del Beato Rosario Livatino, a cura di Claudio d’Alelio Marescotti, sotto l’egida del “Premio Europeo della Giustizia Beato Rosario Livatino, con il contributo dell’Archivio Paolo Salvati. Durante l’opening c’è stato un intermezzo musicale della pianista Elisa d’Alelio Marescotti, l’intervista del Prof. Gaetano Maria Saccà, e il commento critico di Alberto Moioli.
È proprio a partire dalla mostra e dalla figura di Livatino che abbiamo incontrato Don Gaetano Maria Saccà per approfondire il rapporto tra fede, giustizia, coscienza e responsabilità, temi centrali nella vita del magistrato ucciso dalla mafia nel 1990.
Don Saccà, cosa significa confrontarsi oggi con la figura di Rosario Livatino?
Significa entrare, quasi in punta di piedi, dentro una domanda: che cosa resta della giustizia quando essa costa? Quando essere giusti non procura consenso, non assicura successo e non garantisce protezione? Quando, al contrario, essere giusti può significare rimanere soli, esporsi, perdere privilegi e, in casi estremi, perfino perdere la vita?
Credo che questa sia la domanda che attraversa tutta la vicenda umana e professionale di Rosario Livatino e che, ancora oggi, rende la sua testimonianza straordinariamente attuale.
La mostra “Fede e Giustizia” mette proprio in relazione questi due concetti. Come li viveva Livatino?
Livatino non proponeva affatto un magistrato che sostituisse la legge con la propria fede. Sarebbe una deformazione del suo pensiero. Il giudice applica la legge. Ma colui che applica la legge rimane un uomo.
Dentro ogni decisione giuridica esiste un punto nel quale la conoscenza tecnica incontra inevitabilmente la responsabilità personale. Livatino lo comprendeva perfettamente quando rifletteva sul verbo “decidere”. Decidere significa scegliere, e scegliere è una delle cose più difficili che l’essere umano sia chiamato a fare.
Per il magistrato credente, il rapporto con Dio non significa ricevere da Dio la sentenza da pronunciare, ma ricordarsi della dignità della persona sulla quale quella sentenza viene pronunciata.
Quindi la giustizia, secondo Livatino, non può prescindere dall’umanità?
Esattamente. Livatino ci insegna che bisogna rendere giustizia senza smettere di vedere l’uomo. Non il fascicolo, non l’imputato come numero, non il colpevole come categoria: l’uomo.
Anche quando ha sbagliato, anche quando deve essere condannato, anche quando la società deve essere difesa dal male che ha commesso.
La giustizia non diventa debole perché conserva l’umanità. Diventa più grande. Una giustizia priva di umanità rischia di trasformarsi in vendetta; un’umanità priva di giustizia rischia invece di trasformarsi in complicità.
Il difficile equilibrio è proprio questo: rigore senza crudeltà, misericordia senza debolezza, legge senza disprezzo dell’uomo.
C’è una frase di Livatino che più di altre sintetizza questo suo modo di vivere la professione?
Ce n’è una particolarmente significativa: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”.
È una frase semplice, ma estremamente potente. Perché si può proclamare la giustizia senza essere giusti. Si può parlare di legalità e vivere di compromessi. Si può parlare di fede senza permettere alla fede di modificare le nostre scelte.
Livatino elimina questa frattura. Per lui fede, professione e vita quotidiana tendono verso una sola parola: coerenza.

E poi ci sono quelle tre lettere che accompagnarono la sua vita: S.T.D. Cosa rappresentano?
“Sub Tutela Dei”, sotto la tutela di Dio. Livatino le utilizzava già nella sua tesi di laurea e continuò a scriverle nelle agende, accanto agli impegni quotidiani, ai problemi e alle preoccupazioni.
Sono soltanto tre lettere, ma racchiudono un’intera antropologia: io agisco, io decido, io assumo le mie responsabilità, ma non sono Dio.
È una consapevolezza fondamentale per chiunque eserciti un potere: politico, giudiziario, economico, accademico o religioso. “Sub Tutela Dei” significa riconoscere che sopra ogni potere umano esiste un limite.
E forse la prima condizione perché il potere rimanga giusto consiste proprio nel ricordarsi di non essere assoluto.
Livatino fu assassinato dalla mafia nel 1990. Quanto pesa il suo sacrificio nella sua testimonianza?
Pesa moltissimo. Livatino conduceva indagini delicatissime sulla criminalità organizzata e sulle ricchezze illecitamente accumulate, occupandosi anche di sequestri e confische. Lo faceva con rigore e nel rispetto delle garanzie.
La mattina del 21 settembre 1990, mentre percorreva in automobile la strada verso il Tribunale di Agrigento, venne assassinato. Aveva soltanto trentasette anni.
La mafia non uccise soltanto un uomo. Tentò di uccidere un principio: l’esistenza di uomini non acquistabili.
Ed è proprio questo che rende Livatino ancora oggi così scomodo e necessario.
Era un uomo lontano dal clamore e dalla ricerca di visibilità. Che cosa può insegnarci questo aspetto della sua personalità?
Viviamo in un tempo nel quale spesso si confonde la visibilità con l’autorevolezza. Livatino dimostra esattamente il contrario: si può essere poco visibili ed essere immensamente autorevoli.
L’autorevolezza nasce dalla corrispondenza fra ciò che diciamo e ciò che siamo.
Livatino non cercava telecamere, non costruiva il proprio personaggio e non trasformava il suo ufficio in un palcoscenico. Eppure, a più di trentacinque anni dalla sua morte, continua a parlare.
Nel 2021 è stato proclamato Beato. E nel 2026 è arrivata anche la richiesta di elevarlo a Patrono dei magistrati italiani. Che significato ha questo riconoscimento?
Il 9 maggio 2021 Rosario Livatino è stato proclamato Beato nella Cattedrale di Agrigento. È il primo magistrato beato nella storia della Chiesa.
Nel maggio del 2026, inoltre, l’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana ha espresso all’unanimità parere favorevole alla richiesta di elevare il Beato Rosario Livatino a Patrono dei magistrati italiani.
È un riconoscimento importante perché sottolinea come la sua esperienza professionale e spirituale possa rappresentare un esempio non soltanto per i credenti, ma per tutti coloro che esercitano una funzione pubblica.
La legalità non è soltanto un insieme di norme: può diventare uno stile di vita e persino un cammino di santità.
Lei ha parlato di Livatino anche in occasione della mostra “Fede e Giustizia”. Perché è importante raccontare la sua figura attraverso l’arte?
Perché ci sono verità che il linguaggio giuridico può definire, quello storico può raccontare e quello teologico può interpretare, ma che soltanto la bellezza riesce a farci sentire.
Davanti a un’opera d’arte non siamo davanti a un articolo di codice. Siamo davanti a una provocazione. L’opera non emette sentenze: interroga.
E questa mostra, con i suoi ventiquattro artisti, permette di accostarsi attraverso linguaggi diversi ai temi che Livatino ci consegna: legalità, sacrificio, funzione pubblica e coscienza personale.
Qual è, secondo lei, la domanda più importante che Livatino pone oggi alla nostra società?
Non tanto “Chi era Rosario Livatino?”, ma “Che cosa chiede Rosario Livatino a noi, oggi?”.
Forse chiede una società nella quale la giustizia non abbia bisogno di eroi perché sia normale essere onesti. Forse chiede istituzioni nelle quali il potere torni ad essere servizio. Forse chiede magistrati indipendenti e uomini di legge consapevoli che dietro ogni procedimento esiste sempre una persona.
E forse chiede ai credenti una fede meno proclamata e più vissuta.
E a ciascuno di noi?
Credo ci chieda una cosa semplicissima e difficilissima: essere credibili.
Perché alla fine la giustizia non vive soltanto nei codici. La giustizia vive negli uomini e nelle donne che decidono di praticarla.
Quando la giustizia incontra una coscienza libera, quando la legge incontra il rispetto dell’uomo, quando la fede diventa responsabilità e non privilegio, allora anche una scrivania di tribunale può diventare un luogo nel quale si serve il bene.
Rosario Livatino lo ha fatto. In silenzio. “Sub Tutela Dei”, sotto la tutela di Dio.
E forse sono proprio quelle tre piccole lettere il testamento più grande che questo giovane magistrato abbia lasciato alla nostra epoca.
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