Le strade cittadine, lamentano molti residenti sui social, vengono percorse come rettilinei da circuito: accelerazioni brutali, sorpassi improvvisati, curve affrontate con la leggerezza di chi crede che la città sia un videogioco e non un ambiente reale, abitato, fragile.
Non si tratta di semplici infrazioni. È una cultura distorta della guida, una forma di arroganza che mette a rischio chi attraversa, chi pedala, chi accompagna un bambino per mano. Ogni volta che un’auto sfreccia a velocità eccessiva, non è solo il Codice della strada a essere violato: è il patto sociale che regge la vita urbana. La strada è un bene comune, e chi la percorre deve farlo con la consapevolezza che non è mai solo.
La velocità in città non è un segno di abilità, ma di irresponsabilità. È l’illusione di potere dominare lo spazio senza pagarne le conseguenze. Contestare queste condotte non è moralismo: è difesa della civiltà urbana. Guidare con prudenza non è una gentile concessione, ma un dovere. Chi sceglie la velocità sceglie il rischio, e lo impone agli altri.
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